UFFICIO NAZIONALE PER LA PASTORALE DEL TEMPO LIBERO, TURISMO E SPORT
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Giornata della Memoria: Sport e Shoah

Cinque storie per non dimenticare
21 Gennaio 2026

Erano le 8 del mattino del 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa, guidate dal Maresciallo Koniev, varcarono i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, dove morirono più di un milione di prigionieri, tra cui 960.000 ebrei. I soldati russi trovarono settemila prigionieri che erano sopravvissuti, miracolosamente, alle atrocità dei soldati nazisti. Gli studi effettuati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, hanno evidenziato che le vittime dell’Olocausto furono sei milioni di ebrei e, quasi la metà, nei campi di sterminio tramite l’avvelenamento con il gas. Nella Giornata della Memoria, istituita dalle nazioni Unite a partire dal 2005, ci sarebbero infinite storie da raccontare legate a quell’immane tragedia e a ciò che accadde a milioni di ebrei fuori e dentro i campi di concentramento. Storie che coinvolsero anche uomini legati al mondo dello sport, di ebrei che pagarono con la vita per la folle politica di Hitler e dei suoi alleati.

Vi racconteremo la persecuzione e la morte di due campioni del pugilato, di un calciatore e di un allenatore di calcio.

Johann Wilhelm Trollman, pugile sinti tedesco, soprannominato Rukeli per via dei suoi ricci scuri, nel 1934, dopo numerosi successi da professionista nella categoria dei pesi mediomassimi, fu indotto ad abbandonare la boxe e costretto ai lavori forzati, spalando carbone in un quartiere di Hannover. Nel 1941 fu arrestato dalla Gestapo e fu deportato nel campo di concentramento di Neuengamme, arrivando a pesare appena 40 chili. Riconosciuto da un ex arbitro di pugilato, fu costretto a combattere di nuovo contro gli altri soldati. Trasferito nel campo di lavoro di Wittenberge, Trollman fu ucciso il 31 marzo 1944 all’età di 37 anni, da Emil Cornelius, un Kapò che, dopo aver perso sul ring contro di lui, si vendicò sparandogli a morte.

La stessa sorte toccò a un altro pugile: il romano Leone Efrati: “la Piuma del Ghetto”. Quando, nel 1938, furono promulgate in Italia le leggi razziali, l’atleta si trovava negli Stati Uniti per alcuni incontri già programmati e, nonostante il pericolo che correva tornando a Roma, rifiutò l’ospitalità americana per stare vicino alla famiglia. I tedeschi, in quanto ebreo, lo deportarono insieme al fratello nel campo di concentramento di Auschwitz. Per il semplice scopo di divertire i soldati tedeschi e soddisfare la loro sete di scommesse, fu costretto a battersi contro pugili di stazza superiore. Un giorno, rientrando nel suo blocco, dopo aver appreso che il fratello era stato picchiato a sangue dai soldati, reagì violentemente e, per questo, fu tramortito dai nazisti che, il 17 aprile 1945, lo uccisero nelle camere a gas.

La vicenda più triste e famosa, però, resta quella dell’ungherese Arpad Weisz. In Italia vestì le maglie dell’Alessandria e dell’Inter, dove giocò nel ruolo di ala sinistra. A causa di un brutto infortunio, poi, la sua carriera proseguì come allenatore. Nel 1930, ad appena 34 anni, vinse con i nerazzurri lo scudetto del primo campionato a girone unico facendo esordire Giuseppe Meazza appena diciannovenne. Nel 1935 diventò l’allenatore del Bologna e qui si aggiudicò due storici scudetti nel 1936 e 1937. Anche per Weisz la vita cambiò totalmente nel 1938 a causa delle leggi razziali: il Bologna lo licenziò e l’ungherese si rifugiò con la famiglia prima a Bardonecchia, poi, a Parigi e, infine, in Olanda. L’ex-allenatore fu arrestato dalla Gestapo e, il 2 agosto 1942, fu deportato nel campo di Westenbork. Il 2 ottobre di quello stesso anno, la sua famiglia fu trasferita ad Auschwitz dove l’ex allenatore giunse solo dopo quindici mesi di lavori forzati nell’Alta Slesia. La mattina del 31 gennaio 1944, Weisz morì in una delle camere a gas. Non seppe mai che la famiglia era stata sterminata in precedenza.

Vittima dell’Olocausto fu anche il partigiano Carlo Castellani, al quale è stato dedicato lo stadio di Empoli. Con i toscani giocò per nove stagioni nella seconda metà degli anni ’20 segnando 61 reti. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo 1944, finì tra i rastrellamenti, ordinati dai fascisti, insieme alla sua famiglia; fu deportato nel campo di concentramento di Mauthausen dove morì di dissenteria nell’agosto di quello stesso anno.

Per restare in Toscana, è doveroso ricordare anche ciò che fece Gino Bartali per salvare la vita di molti ebrei. Durante l’occupazione nazista, durante i suoi allenamenti, portò con sé molti documenti e fototessere nascondendoli nel tubolare della sua bicicletta. Con questo escamotage permise a una stamperia segreta di falsificare i documenti che servivano agli ebrei per fuggire dall’Italia. Bartali salvò più di 800 persone. Questa storia è rimasta segreta per tanti anni ma quando è divenuta di dominio pubblico, il 7 luglio 2013, grazie alla testimonianza decisiva di Giorgio Goldenberg, che deve la vita al ciclista toscano, Bartali è stato riconosciuto come “Giusto” dal Memoriale della Shoah allo Yad Vashem di Gerusalemme.

Trollman, Efrati, Weisz, Castellani e Bartali. Cinque storie per non dimenticare il genocidio nazista, per allenare la memoria a ricordare i crimini dei nazisti e dei suoi alleati affinché anche i più giovani conoscano quello che accadde prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Tommaso Liguori, caporedattore Skysport