Ci sono figure nella storia della Chiesa la cui devozione è così universale da superare ogni confine geografico e culturale. Eppure, per comprendere davvero l'intensità di una santità capace di parlare a re, dotti e ultimi della terra, bisogna mettersi in cammino. Bisogna superare le grandi navate della basilica di Padova, dove il profumo dell'incenso si mescola ai sussurri dei pellegrini, ed entrare in quel dialogo silenzioso che da quasi otto secoli unisce l'umanità a colui che il mondo intero conosce semplicemente come "il Santo".
L’itinerario di questo mese ci conduce nel cuore del Veneto, sulle tracce di un uomo che non era nato in queste terre – le sue radici affondavano nella Lisbona di fine XII secolo – ma che di Padova ha fatto l'epicentro di un messaggio di carità e giustizia che risuona più attuale che mai. Entrare nella basilica antoniana non è soltanto un atto di devozione; è un’esperienza sensoriale e spirituale, un viaggio in un luogo in cui la fede si fa carne, pietra, arte e, soprattutto, memoria viva.
Un predicatore instancabile
Fernando di Buglione, che prenderà il nome di Antonio quando abbraccerà la Regola di San Francesco, fu un uomo dalla cultura immensa e dalla parola infiammata. La sua missione non si consumò nel chiuso di una cella, ma lungo le strade polverose dell'Italia e della Francia, dove le sue prediche attiravano folle oceaniche, capaci di svuotare le città. Antonio parlava ai cuori ma scuoteva le coscienze: difendeva i poveri dagli usurai, chiedeva la liberazione dei debitori insolventi e richiamava i potenti alla giustizia.
La sua vita terrena si spense presto, il 13 giugno 1231, all'età di soli trentasei anni, ma la sua transizione verso il cielo fu accompagnata da un fiorire immediato di prodigi che spinsero papa Gregorio IX a canonizzarlo a meno di un anno dalla morte.
I miracoli che sfidano la natura
La tradizione antoniana è intessuta di episodi straordinari in cui l'ordine naturale delle cose si piega davanti alla potenza della fede. Tra i vicoli di Rimini si fa ancora memoria del celebre "miracolo dei pesci": davanti all'indifferenza degli eretici che si rifiutavano di ascoltare la sua predicazione, Antonio si rivolse al mare. Le cronache raccontano che a migliaia, dalle acque, i pesci emersero accalcandosi a riva e sollevando la testa per ascoltare la Parola di Dio, lasciando la folla nello stupore e nel pentimento.
Altrettanto profondo è il legame del Santo con il mistero eucaristico, testimoniato dal miracolo della mula. Per dimostrare la reale presenza di Cristo nell'ostia consacrata a un incredulo, Antonio mise l'animale, digiuno da tre giorni, di fronte a un mucchio di fieno e al Santissimo Sacramento. La mula, ignorando il cibo, si inginocchiò solennemente davanti all'ostia, offrendo una lezione di umiltà che convertì i presenti. Sono storie che i pellegrini cercano ancora oggi impresse negli affreschi e nei rilievi della Basilica, segni concreti di una santità che parla attraverso la semplicità del creato.
Il mistero della lingua incorrotta
Ma c’è un dettaglio, tra le peculiarità della storia antoniana, che più di ogni altro tocca le corde del mistero e della commozione: l'episodio della lingua incorrotta. Nel 1263, a trentadue anni dalla morte del Santo, si decise di traslare le sue spoglie nella nuova basilica appena ultimata. Alla presenza di San Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro generale dei Francescani, la tomba venne aperta.
Mentre il resto del corpo era tornato polvere, la lingua di Antonio apparve miracolosamente intatta, vermiglia e fresca, come se il Santo fosse appena spirato. Davanti a quel prodigio, Bonaventura esclamò in lacrime: «O lingua benedetta, che sempre benedicesti il Signore e lo facesti benedire dagli altri, ora appare chiaro a tutti quanti meriti avessi presso Dio». Quella stessa lingua, lo strumento con cui Antonio aveva annunciato la pace e difeso i deboli, è custodita ancora oggi in un prezioso reliquiario d'oro nella Cappella delle Reliquie, meta di sguardi carichi di speranza e di stupore da parte di milioni di fedeli.
Il Santuario e la tomba dei pellegrini
Visitare la basilica di Sant'Antonio significa immergersi in un'architettura che fonde lo stile gotico con le cupole bizantine, ma il vero cuore pulsante resta la Cappella dell'Arca, dove è custodito il corpo del Santo. È qui che si compie il gesto più intimo del pellegrinaggio: accostarsi al marmo della tomba, appoggiare la mano sulla pietra e affidare ad Antonio le proprie fatiche, le malattie, le preghiere per i propri cari. Non si è mai soli in quella fila; si avverte la presenza di un popolo universale che trova in questo frate un avvocato e un amico.
Informazioni utili per il pellegrino
Sara Alessandrini, Catholic Travel Blogger-Itinerari Religiosi Per saperne di più: www.saralessandrini.it