Ogni viaggio racchiude in sé un’ambiguità profonda:
è una promessa di scoperta,
ma anche una possibilità di smarrimento.
Partire significa avventurarsi nell’ignoto, senza sapere se si raggiungerà una nuova riva o si affonderà in un naufragio. Ogni uomo reagisce in modo diverso alla strada che percorre: per alcuni sarà un’occasione di crescita e trasformazione, per altri una prova terribile che li renderà uomini malvagi.
La strada è sempre ambivalente: è un luogo di smarrimento e di risurrezione. Gesualdo Bufalino scriveva: «C’è chi viaggia per perdersi, c’è chi viaggia per trovarsi». In effetti, la strada può essere il luogo della rinascita o della disperazione, della risurrezione o della sconfitta.
Un concetto che ritroviamo anche nella parabola evangelica: il sacerdote, il levita e il samaritano si trovano tutti lungo la stessa via, ma ognuno di loro compie una scelta diversa. La strada che scende da Gerusalemme a Gerico diventa così il simbolo del viaggio interiore di ogni uomo: c’è chi passa accanto al dolore senza accorgersi di nulla e chi, invece, trova nel cammino l’opportunità di scoprire se stesso, attraverso la compassione e l’aiuto all’altro.
Forse è proprio questa la lezione più profonda del viaggio: non è la meta a definirci, ma il modo in cui affrontiamo il cammino. Se partire è lo slancio di un momento – un atto che richiede certamente una buona dose di coraggio – ben più coraggiosa è, talvolta, la capacità di affrontare la quotidianità estenuante. È una realtà che molti sperimentano: iniziare qualcosa con entusiasmo è relativamente semplice, così come può esserlo chiudere un percorso con un gesto eroico o eclatante.
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