UFFICIO NAZIONALE PER LA PASTORALE DEL TEMPO LIBERO, TURISMO E SPORT
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Paolo Pobbiati, “Invasioni di Campo”, Ed. Vertigo

Undici storie di sport e diritti umani all’ombra della Dad
5 Dicembre 2023

Paolo Pobbiati è una figura multitasking: è un insegnante di Scienze Motorie, programmatore multimediale, autore fra l’altro di alcuni videogiochi strategici, è appassionato di viaggi e di fotografia; è stato attivista di Amnesty International per oltre trenta anni, associazione della quale è stato Presidente dal 2005 al 2009 e per la quale ha ricoperto diversi incarichi e cariche nazionali, ed è stato anche un uomo di sport: allenatore e giudice nazionale di ginnastica artistica femminile.

La veste in cui lo abbiamo incontrato è quella di autore del libro “Invasioni di Campo - Undici storie di sport e diritti umani all’ombra della Dad”.

Con lui abbiamo parlato della potenza del linguaggio dello sport e su quanto, nel bene e nel male, esso possa essere uno strumento potente, ma anche e soprattutto di storie coraggiose di uomini e donne che hanno dedicato la loro vita allo sport e che attraverso lo sport hanno sfidato leggi e convenzioni, intolleranze e fondamentalismi, come Samia Yusuf Omar, atleta somala che prese parte alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e annegata al largo di Lampedusa nel tentativo di raggiungere l’Italia su un’imbarcazione per migranti.

  • “Invasioni di campo”, 11 storie legate da un comune denominatore che è la lotta contro l’emarginazione: che storia ha voluto raccontare nel suo libro?

Ho cercato di raccontare la lotta per la rivendicazione dei diritti umani negli ultimi 125 anni, praticamente dalla prima Olimpiade moderna sino ad oggi, attraverso storie di atlete e atleti più o meno famosi e di eventi sportivi che sono stati particolarmente significativi dal punto di vista politico e che hanno riguardato il tema dei diritti delle persone. Ne è venuto fuori un quadro di questo periodo che riguarda diversi temi strettamente collegati fra di loro: la discriminazione, che sia per il colore della pelle, per il sesso o per l’orientamento sessuale o per l’appartenenza a una etnia o a un gruppo politico o a causa di una disabilità. Ma anche il rapporto fra lo sport e la guerra, le dittature e le democrazie. Mondi solo apparentemente separati, ma in realtà strettamente correlati e destinati a invadersi reciprocamente il campo. Come recita peraltro il titolo.

  • Quale criterio ha usato per scegliere queste undici storie e qual’è la storia che manca?

Le storie riprendono il tema di altrettante lezioni che avevo preparato per utilizzare in maniera costruttiva le lezioni in didattica a distanza durante la pandemia di covid. Ho letteralmente improvvisato, non avendo idea di quando saremmo rientrati in presenza, decidendo dopo ogni lezione di cosa avrei parlato in quella dopo. Quindi non seguono uno schema fissato in precedenza, ma sono come le tessere di un puzzle che ho sistemato un po’ a caso, ma cercando di coprire argomenti diversi che coprissero anche periodi differenti. Curiosamente alla fine ne è uscito un “affresco” abbastanza completo. Così non ho aggiunto altro nel libro dove ho persino seguito lo stesso ordine utilizzato nelle mie lezioni. Di storie ne mancano molte, ma soprattutto mancano le storie minime, quelle di realtà locali dove lo sport diventa strumento di integrazione, contro la discriminazione o per sottrarre ragazze e ragazzi a contesti sociali degradati o dove rischiano di essere fagocitati dalla criminalità organizzata. Storie non meno eroiche o importanti di quelle che ho raccontato. Me le riservo per una eventuale seconda edizione.

  • Il libro si apre con una dedica “Alle donne e agli uomini che scelgono di fare la cosa giusta senza curarsi del prezzo che sanno di dover pagare”: è un libro sulle scelte? Scelte di sportivi spesso prese nel momento più alto della loro carriera.

Il tema della scelta è uno dei più ricorrenti nella mia didattica. Gli studenti di una scuola superiore vi entrano quando sono poco più che bambine e bambini e ne escono che sono donne e uomini fatti. Ho sempre sottolineato loro che il tipo di persone che sarebbero diventati sarà dipeso dalle loro scelte, quelle più importanti come quelle più insignificanti. Per questo mi è sembrato importante portare loro esempi di atleti che, all’apice della loro carriera e del successo, hanno deciso di compiere ciò che ritenevano giusto, sapendo che le loro carriere sportive sarebbero state stroncate e che avrebbero rischiato la prigione o addirittura la vita. Come Mohammed Alì, che si rifiutò di andare a combattere in Vietnam una guerra che riteneva profondamente ingiusta, o Tommie Smith e John Carlos, che alzarono il pugno guantato verso il cielo sul podio di Città del Messico nel 1968, in quella che divenne una delle immagini più iconiche del Novecento. Oppure Věra Čáslavská, ginnasta cecoslovacca e attivista democratica, che sul podio della stessa Olimpiade abbassò lo sguardo durante l'esecuzione dell’inno sovietico come forma di protesta contro l’invasione della sua nazione da parte dell’Unione Sovietica per porre fine a quella che sarebbe stata ricordata come la Primavera di Praga. Anche se era anche per loro evidente che i loro gesti non avrebbero avuto effetti diretti sulle situazioni che volevano denunciare, la loro denuncia fu dirompente per l’opinione pubblica di allora, e avrebbero avuto un peso rilevante anche negli anni a venire sulla coscienza collettiva. Credo che noi dobbiamo essere grati a queste persone per quello che ci hanno lasciato e per il loro coraggio. Penso che la loro figura si sovrapponga molto a quelle degli eroi, disposti al loro sacrificio in nome di una causa giusta. E ritengo siano un ottimo esempio per le generazioni più giovani.

  • È un libro di storie, quanto mai attuali. Storie di donne nello sport. Storie di violenza, ma anche di coraggio, di lotta: anche nello sport, quello delle donne è stato, ed è, un percorso in salita?

Assolutamente sì. Ho dovuto dividere la storia che riguardava le donne nello sport in tre capitoli, che vanno dalle prime pioniere capaci di sfidare lo scherno e lo stigma sociale per potersi dedicare all’attività sportiva ritenuta riservata ai soli uomini, a donne coraggiose che hanno sfidato convenzioni e regolamenti per poter ottenere un trattamento paritario. Sino ad arrivare ai giorni nostri, dove la discriminazione di genere si manifesta in maniera ancora macroscopica in molti paesi e persino nel nostro paese, con la lotta per il riconoscimento del professionismo femminile e dove abbiamo ancora il caso di atlete licenziate dalla propria squadra perché rimaste incinte. Oggi poi si profilano nuove sfide inimmaginabili nel passato, come quello di garantire la partecipazione alle competizioni di atlete caratterizzate da iperandrogenismo e di atlete transgender.

  • Amnesty International e lo sport sembrerebbe uno strano connubio, ma che ha dei precedenti importanti, come ad esempio in occasione dell’Olimpiade di Pechino 2008: che cosa hanno in comune?

Non è per nulla strano. Lo sport è parte integrante della società e le “invasioni di campo” sono anche più frequenti rispetto al passato; quindi, Amnesty International non può non occuparsi della sua relazione con il rispetto diritti umani. L’esempio delle Olimpiadi 2008 a Pechino è perfettamente calzante ma vi sono anche esempi molto più recenti: oggi lo “sportwashing” è ampiamente utilizzato da paesi che vogliono aumentare il loro prestigio internazionale, attraverso l’organizzazione di eventi sportivi, coprendo le discriminazioni nei confronti di donne e omosessuali, l’uso della tortura e delle punizioni corporali, del carcere per i dissidenti, del trattamento disumano nei confronti di migranti trattati come schiavi. In fondo il connubio non è poi così strano.

  • In occasione della quinta edizione del Premio “Sport e diritti umani”, promosso da Amnesty International Italia e Sport4Society, vinto dalla calciatrice e attivista palestinese Natali Shaheen, il presidente di Sport4SocietyLuca Musumeci, ha detto: “Lo sport è un ottimo mezzo di comunicazione di valori quali il rispetto e la tolleranza reciproca tra le persone. … Premiare i gesti più significativi nello sport significa valorizzare i protagonisti di questi gesti positivi e quindi sensibilizzare l’opinione pubblica al tema dei diritti umani, rendendo le persone più esigenti nei confronti di comportamenti negativi di organizzazioni sportive e atleti”. Dal suo angolo di visuale, oggi lo sport, rivolgendosi a una platea vastissima, ha tutta questa responsabilità? Può lo sport essere una molla verso una società più giusta e più equa?

La pratica dello sport, se ben gestita, può avere un impatto forte su chi lo pratica in termini di lealtà, di capacità di lavorare in squadra, di capire i propri limiti e di come lavorare per migliorarli e di come confrontarsi con gli altri con agonismo e rispetto. Ma non è soltanto questo: sportivi e dirigenti hanno una enorme responsabilità sui comportamenti delle persone e persino delle istituzioni. L’impatto che atleti famosi hanno su milioni di persone che li seguono e li sostengono è enorme, in termini di esempio sia in campo che fuori. Sono in grado di muovere grandi emozioni e chiunque si occupi di comunicazione sa bene quanto le emozioni possano veicolare un messaggio molto più di quanto non possa fare la razionalità. Per molti di loro può essere una responsabilità gravosa che non vorrebbero, ma è insita nel personaggio che interpretano. I valori di cui si fanno portatori, positivi o negativi che siano, vengono trasmessi ai loro fan e i loro gesti hanno sempre un grande risalto agli occhi dell’opinione pubblica.
Una società più giusta ed equa passa anche di qui.

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